di don Lorenzo Celi direttore dell’Ufficio di pastorale dell’educazione e della scuola, Diocesi di Padova
Il meteorite Covid-19 sta impattando non poco anche sul nostro sistema scolastico: l’universo più o meno ordinato della scuola italiana, a partire dalle sue decennali scadenze, è stravolto da questo evento epocale. Come ogni cambiamento, esso determinerà la perdita di alcune caratteristiche che sembravano essenziali, ma permetterà di recuperarne altre forse dimenticate e di scoprirne di ulteriori. Per obbligo di brevità mi soffermo su tre aspetti che, spero, si stiano (ri)scoprendo: La scuola è una ricchezza per il nostro paese, per ogni paese, e chi nella scuola lavora dovrebbe avvertire, insieme alla grande responsabilità che gli compete, il riconoscimento da parte dei propri concittadini di un compito umano e sociale fondamentale che si affianca (non può mai sostituirsi) a quello prioritario della famiglia: educare. L’oggetto dell’educare: la scuola non è semplicemente trasmissione enciclopedica di dati o luogo di confezionamento di competenze. Essa ha come fine l’educare alla vita, aiutando il giovane a porsi le domande più profonde su di essa e accompagnandolo a trovare delle risposte significative. Lo stile del fare scuola: non mi era mai capitato di cogliere, trasversalmente, dal bambino di quattro anni all’adolescente di diciotto come anche dal docente maturo il desiderio di poter tornare presto a scuola. Ciò che manca di più è il valore aggiunto della comunità, fatta di relazioni, di regole, di condivisione di successi e di sconfitte, di confronto con il “tu” prossimo del compagno o con quello asimmetrico dell’insegnante. Ciò che insomma non può essere sostituito dalla “didattica a distanza”, per quanto efficienti siano le tecnologie e avanzate le tecniche di trasmissione. Peccato che per riesumare dall’oblio l’attenzione per la scuola e il suo compito si sia attesa una tragedia così grande. Ci auguriamo che, quando l’avremo superata, tutto non ritorni come prima… anche nella scuola!
(segnalazione web a cura del Prof. Giuseppe Serrone)
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Ripensare la scuola senza perdere di vista l’educazione
di Sergio Cicatelli
In questi giorni di forzato isolamento molti insegnanti si stanno dando da fare con la tecnologia per colmare il vuoto didattico imposto dal Coronavirus. Dappertutto la parola d’ordine è stata la didattica a distanza, nel presupposto – tutto da verificare – che la scuola sia essenzialmente trasmissione di sapere e che dunque, nell’impossibilità di una comunicazione verbale in presenza, un’identica comunicazione verbale da remoto possa assicurare ugualmente il servizio scolastico. Soprattutto da parte del Ministero questa sembra essere stata la strategia fondamentale (o unica), con la ricerca di fondi per fornire ai tanti alunni che non dispongono di un pc o tablet personale il necessario strumento tecnologico. Ma il tablet non basta se poi non si ha una connessione minimamente stabile e veloce e non si conoscono gli strumenti e le regole della comunicazione on line (anche da parte degli insegnanti). Improvvisamente ci si è accorti che molti insegnanti sono veri “eroi” alla pari di medici e infermieri per la dedizione con cui trascorrono ore al computer per incontrare ogni giorno i propri alunni (ben al di là dell’orario di servizio), ma tanti altri docenti sono privi di esperienza e si trovano persi in un’aula virtuale e senza la loro cattedra. Se molti, a cominciare dai vertici, si sono lanciati alla ricerca di soluzioni emergenziali per dimostrare di saper fronteggiare una situazione cui si era oggettivamente impreparati (non solo nella scuola), altri – pochi – si sono accorti che il blocco improvviso può essere l’occasione per fermarsi a pensare alla natura del lavoro scolastico, spesso associato a routine acriticamente ripetute che impediscono di rispondere alle domande più elementari: che cos’è la scuola? come si fa scuola? cosa è indispensabile per poter parlare di scuola? perché, per gli alunni, andare a scuola? Partiamo proprio da questa ultima domanda, che presuppone implicitamente che a scuola si debba “andare”, cioè che ci si debba spostare dalla propria casa per recarsi in un altro luogo fisico deputato all’apprendimento formale. Ebbene, l’emergenza sanitaria ci ha fatto capire che non è affatto necessario “andare” a scuola ma la scuola può venire a casa mia: la scuola non è fatta dalle mura, dalle aule, dai banchi e dalle cattedre, ma dalle persone che la vivono e dalle relazioni che la fanno esistere. La scuola è essenzialmente relazione educativa. L’educazione ha bisogno di vicinanza I fanatici delle nuove tecnologie esulteranno allora perché si riesce così a dimostrare che con gli strumenti adatti si può tenere in vita la scuola anche se ognuno è confinato a casa propria e nessuno è più in grado di “andare” a scuola. Gli insegnanti, forse, si stanno accorgendo di “essere” la scuola, perché anche da casa riescono a svolgere il proprio lavoro, utilizzando una forma di smart working solo pochi mesi fa inimmaginabile: c’è chi starà apprezzando la comodità di lavorare dal divano di casa e chi si domanda addirittura se sia possibile prolungare questa comodità quando riapriranno i portoni delle scuole. Ma c’è anche una riflessione pedagogica che merita di essere sviluppata ai margini di questa emergenza. Ci siamo sempre ripetuti che non c’è pedagogia senza antropologia: dietro ogni progetto educativo e dietro ogni attività educativa c’è sempre una concezione dell’uomo che si intende far crescere con quella educazione. E la nostra cultura occidentale si è nutrita fin dalle origini della lezione di Aristotele, per il quale l’uomo è, a seconda dei casi, un animale sociale (zòon politikòn, nel senso più alto della politica come conseguenza del vivere nella pòlis, nella città) o un animale razionale (zòon lògon èchon), comunque aperto all’altro. Usiamo anche la categoria della razionalità, perché in realtà Aristotele parlava dell’uomo come di un animale dotato di lògos, cioè di parola, di ragione, di uno strumento che consente di comunicare e mettere in relazione, rendendo dunque l’uomo un’animale concretamente relazionale più che astrattamente razionale. Come possiamo pensare di continuare a educare sulla base di questi presupposti se viene a mancare la condizione di una naturale socialità, momentaneamente surrogata da una relazione artificiale, tenuta in vita da strumenti tecnologici che consentono solo una molteplicità di relazioni individuali ma non possono sostituire la socialità del gruppo umano fisicamente vissuto? Per una scuola cattolica che trova nella dimensione comunitaria la sua ragion d’essere, la modifica delle modalità di relazione non può essere indifferente. E non può esserlo per nessuna scuola, che comunque ha – implicitamente o esplicitamente – il compito di introdurre alla condizione umana, cioè a una relazionalità fatta di incontri, contatti, vicinanza, convivialità, in cui la sfera degli affetti è importante almeno quanto quella cognitiva. Da questo punto di vista, nel virus che si è diffuso nel mondo possiamo vedere qualcosa di “diabolico”, nel senso etimologico del termine, cioè qualcosa che tende a separare e a separarci, proprio per privarci di un bene essenziale: la comunità e l’incontro con l’altro. Per tanti bambini o ragazzi, invece, la dimensione sociale sembra potersi ora realizzare solo in due modi: attraverso i social, cioè con una modalità da tempo condannata come semplice finzione di una vera relazione sociale, o all’interno della propria famiglia, in casa, cioè in una dimensione privata, che vale per ognuno di noi ma che non esaurisce le potenzialità relazionali di cui siamo capaci. Il futuro di una scuola con la mascherina In questi giorni di grande incertezza sul futuro dobbiamo inoltre prendere realisticamente atto della durata verosimilmente piuttosto lunga di questa emergenza. L’anno scolastico in corso è ormai da ritenere concluso, ma anche il prossimo non si presenta in una luce migliore, ed è del tutto illusorio pensare di risolvere i problemi riproponendo la didattica a distanza anche dal prossimo mese di settembre. Anzitutto perché una cosa è proseguire via internet una relazione che si è impostata in presenza e altra cosa è iniziare la relazione educativa solo attraverso uno schermo: pensiamo soprattutto agli alunni che si troveranno a settembre ad iniziare un ciclo scolastico, a dover – in condizioni normali – mettere piede per la prima volta in una nuova scuola. Sarà loro negata l’esperienza del varcare quella soglia e non sarà facile – nonostante le migliori intenzioni – avviare un rapporto didattico attraverso uno schermo, anche se con la prospettiva di incontrarsi fisicamente dopo qualche mese (perché questa emergenza prima o poi dovrà finire). Sul piano educativo dobbiamo poi fare i conti con il nuovo sguardo con cui ci stiamo rivolgendo al nostro prossimo. Già ora siamo tenuti a mantenere una rigida distanza di sicurezza, tanto più in ambienti in cui la vicinanza relativa è in qualche modo obbligata (supermercati, uffici, luoghi di lavoro). Le mascherine che dobbiamo indossare sono il segno della barriera che ci separa e della precauzione con cui accostiamo ogni altra persona, che può essere un’incolpevole ma pericolosissima fonte di contagio. Il messaggio implicito in tutto ciò è il sospetto verso l’altro, la paura del contatto/contagio, la distanza come valore vitale. Immaginare un’aula scolastica in cui tutti gli alunni indossino una mascherina e mantengano, nei limiti del possibile, una distanza di sicurezza non è tanto una situazione difficile da realizzare per motivi tecnici (cubatura delle aule, disponibilità delle mascherine, ecc.) quanto soprattutto uno scenario educativamente innaturale, addirittura diseducativo nel quadro di un progetto che voglia insegnare prossimità e apertura all’altro.
Ristrutturare la relazione educativa Torniamo allora a interrogarci sulla natura della scuola e proviamo a vedere se sia ancora possibile “fare scuola” con gli stessi criteri del passato. Sembra ormai superato lo schema rigido della vita scolastica scandita soprattutto da precisi ritmi temporali: i giorni, le ore, la campanella, le scadenze di vario genere… Gli insegnanti più intelligenti hanno capito che non si può ridurre la didattica a distanza alla classica routine spiegazione-compiti- verifica; soprattutto con i più piccoli bisogna tenere in vita la relazione personale, rassicurare, accompagnare, potendo contare nei casi migliori sui genitori (improvvisamente scoperti come alleati indispensabili per mandare avanti la didattica) e dovendo sostituirsi ad essi quando mancano, anche solo perché sono al lavoro (magari nella stanza accanto). Si è ristrutturato l’ambiente di apprendimento e deve quindi ristrutturarsi la relazione educativa, che però deve conservare la sua natura di vicinanza (nonostante la distanza) per costruire forme nuove di fiducia e di accompagnamento. È difficile pensare i primi giorni del prossimo anno scolastico, ma dovranno inevitabilmente esserci e dovranno essere giorni di “scuola”, facendo quindi comprendere – anzitutto agli insegnanti, ma anche ai genitori e agli alunni – che cosa sia davvero la scuola, cosa non possa essere eliminato. In questa prospettiva sembra un ostacolo supplementare voler percorrere la strada della soluzione unica su tutto il territorio nazionale. Le scuole non sono tutte uguali, come i territori di questo Paese non sono tutti uguali. Ci sono situazioni locali in cui ci si può e ci si deve assumere la responsabilità di riprendere una vita relativamente normale, riaprendo attività commerciali e ristabilendo contatti cauti ma concreti. Come gli adulti tornano a lavorare (o lo hanno sempre fatto) con qualche precauzione in più, altrettanto le scuole potranno riprendere a funzionare, non solo in modalità on line ma anche in presenza, valutando caso per caso la praticabilità del rientro in aula. I punti di forza della scuola cattolica nell’emergenza Da questo punto di vista le scuole cattoliche (non tutte ma sicuramente alcune) possono avere un punto di forza nelle loro ridotte dimensioni. Le preoccupazioni su cui ragiona il Ministero derivano dal modello di scuola statale, con una media di un migliaio di alunni che si accalcano in aule previste per contatti ravvicinati. Le scuole cattoliche hanno in genere dimensioni dieci volte inferiori e possono assicurare più facilmente, sotto la vigilanza del personale, il rispetto di quelle elementari condizioni di sicurezza che stiamo imparando ad adottare. Potrebbe essere questo un punto di forza delle scuole cattoliche in un momento in cui la criticità della situazione cancella addirittura prospettive di futuro. Bisogna inoltre puntare sulla creatività che le scuole cattoliche hanno sempre saputo dimostrare, per trovare soluzioni originali, turnazioni, gruppi di interesse o di livello, modalità almeno miste di lezione in presenza e a distanza, per tornare al più presto ad assicurare un servizio di cui non si comprende più bene l’essenzialità: se fosse essenziale non lo avremmo interrotto, ma se lo abbiamo dovuto interrompere vuol dire che se ne può anche fare a meno. Se ragioniamo solo in termini di assembramento, le scuole rischiano di fare la fine delle chiese e dei funerali, la cui non essenzialità è stata decretata immediatamente e potrebbe essere difficilmente recuperabile nel tempo. Queste, e molte altre, possono essere le considerazioni con cui cominciare a pensare al futuro dell’educazione. L’educazione ha bisogno di vicinanza, di contatto fisico, di comunità, perché senza questa dimensione sociale l’uomo che pensiamo di educare nelle scuole non è più quello di Aristotele, quindi potrebbe non essere più uomo.
(segnalazione web a cura del Prof. Giuseppe Serrone)
In questi giorni di forzato isolamento molti insegnanti si stanno dando da fare con la tecnologia per colmare il vuoto didattico imposto dal Coronavirus. Dappertutto la parola d’ordine è stata la didattica a distanza, nel presupposto – tutto da verificare – che la scuola sia essenzialmente trasmissione di sapere e che dunque, nell’impossibilità di una comunicazione verbale in presenza, un’identica comunicazione verbale da remoto possa assicurare ugualmente il servizio scolastico. Soprattutto da parte del Ministero questa sembra essere stata la strategia fondamentale (o unica), con la ricerca di fondi per fornire ai tanti alunni che non dispongono di un pc o tablet personale il necessario strumento tecnologico. Ma il tablet non basta se poi non si ha una connessione minimamente stabile e veloce e non si conoscono gli strumenti e le regole della comunicazione on line (anche da parte degli insegnanti). Improvvisamente ci si è accorti che molti insegnanti sono veri “eroi” alla pari di medici e infermieri per la dedizione con cui trascorrono ore al computer per incontrare ogni giorno i propri alunni (ben al di là dell’orario di servizio), ma tanti altri docenti sono privi di esperienza e si trovano persi in un’aula virtuale e senza la loro cattedra. Se molti, a cominciare dai vertici, si sono lanciati alla ricerca di soluzioni emergenziali per dimostrare di saper fronteggiare una situazione cui si era oggettivamente impreparati (non solo nella scuola), altri – pochi – si sono accorti che il blocco improvviso può essere l’occasione per fermarsi a pensare alla natura del lavoro scolastico, spesso associato a routine acriticamente ripetute che impediscono di rispondere alle domande più elementari: che cos’è la scuola? come si fa scuola? cosa è indispensabile per poter parlare di scuola? perché, per gli alunni, andare a scuola? Partiamo proprio da questa ultima domanda, che presuppone implicitamente che a scuola si debba “andare”, cioè che ci si debba spostare dalla propria casa per recarsi in un altro luogo fisico deputato all’apprendimento formale. Ebbene, l’emergenza sanitaria ci ha fatto capire che non è affatto necessario “andare” a scuola ma la scuola può venire a casa mia: la scuola non è fatta dalle mura, dalle aule, dai banchi e dalle cattedre, ma dalle persone che la vivono e dalle relazioni che la fanno esistere. La scuola è essenzialmente relazione educativa. L’educazione ha bisogno di vicinanza I fanatici delle nuove tecnologie esulteranno allora perché si riesce così a dimostrare che con gli strumenti adatti si può tenere in vita la scuola anche se ognuno è confinato a casa propria e nessuno è più in grado di “andare” a scuola. Gli insegnanti, forse, si stanno accorgendo di “essere” la scuola, perché anche da casa riescono a svolgere il proprio lavoro, utilizzando una forma di smart working solo pochi mesi fa inimmaginabile: c’è chi starà apprezzando la comodità di lavorare dal divano di casa e chi si domanda addirittura se sia possibile prolungare questa comodità quando riapriranno i portoni delle scuole. Ma c’è anche una riflessione pedagogica che merita di essere sviluppata ai margini di questa emergenza. Ci siamo sempre ripetuti che non c’è pedagogia senza antropologia: dietro ogni progetto educativo e dietro ogni attività educativa c’è sempre una concezione dell’uomo che si intende far crescere con quella educazione. E la nostra cultura occidentale si è nutrita fin dalle origini della lezione di Aristotele, per il quale l’uomo è, a seconda dei casi, un animale sociale (zòon politikòn, nel senso più alto della politica come conseguenza del vivere nella pòlis, nella città) o un animale razionale (zòon lògon èchon), comunque aperto all’altro. Usiamo anche la categoria della razionalità, perché in realtà Aristotele parlava dell’uomo come di un animale dotato di lògos, cioè di parola, di ragione, di uno strumento che consente di comunicare e mettere in relazione, rendendo dunque l’uomo un’animale concretamente relazionale più che astrattamente razionale. Come possiamo pensare di continuare a educare sulla base di questi presupposti se viene a mancare la condizione di una naturale socialità, momentaneamente surrogata da una relazione artificiale, tenuta in vita da strumenti tecnologici che consentono solo una molteplicità di relazioni individuali ma non possono sostituire la socialità del gruppo umano fisicamente vissuto? Per una scuola cattolica che trova nella dimensione comunitaria la sua ragion d’essere, la modifica delle modalità di relazione non può essere indifferente. E non può esserlo per nessuna scuola, che comunque ha – implicitamente o esplicitamente – il compito di introdurre alla condizione umana, cioè a una relazionalità fatta di incontri, contatti, vicinanza, convivialità, in cui la sfera degli affetti è importante almeno quanto quella cognitiva. Da questo punto di vista, nel virus che si è diffuso nel mondo possiamo vedere qualcosa di “diabolico”, nel senso etimologico del termine, cioè qualcosa che tende a separare e a separarci, proprio per privarci di un bene essenziale: la comunità e l’incontro con l’altro. Per tanti bambini o ragazzi, invece, la dimensione sociale sembra potersi ora realizzare solo in due modi: attraverso i social, cioè con una modalità da tempo condannata come semplice finzione di una vera relazione sociale, o all’interno della propria famiglia, in casa, cioè in una dimensione privata, che vale per ognuno di noi ma che non esaurisce le potenzialità relazionali di cui siamo capaci. Il futuro di una scuola con la mascherina In questi giorni di grande incertezza sul futuro dobbiamo inoltre prendere realisticamente atto della durata verosimilmente piuttosto lunga di questa emergenza. L’anno scolastico in corso è ormai da ritenere concluso, ma anche il prossimo non si presenta in una luce migliore, ed è del tutto illusorio pensare di risolvere i problemi riproponendo la didattica a distanza anche dal prossimo mese di settembre. Anzitutto perché una cosa è proseguire via internet una relazione che si è impostata in presenza e altra cosa è iniziare la relazione educativa solo attraverso uno schermo: pensiamo soprattutto agli alunni che si troveranno a settembre ad iniziare un ciclo scolastico, a dover – in condizioni normali – mettere piede per la prima volta in una nuova scuola. Sarà loro negata l’esperienza del varcare quella soglia e non sarà facile – nonostante le migliori intenzioni – avviare un rapporto didattico attraverso uno schermo, anche se con la prospettiva di incontrarsi fisicamente dopo qualche mese (perché questa emergenza prima o poi dovrà finire). Sul piano educativo dobbiamo poi fare i conti con il nuovo sguardo con cui ci stiamo rivolgendo al nostro prossimo. Già ora siamo tenuti a mantenere una rigida distanza di sicurezza, tanto più in ambienti in cui la vicinanza relativa è in qualche modo obbligata (supermercati, uffici, luoghi di lavoro). Le mascherine che dobbiamo indossare sono il segno della barriera che ci separa e della precauzione con cui accostiamo ogni altra persona, che può essere un’incolpevole ma pericolosissima fonte di contagio. Il messaggio implicito in tutto ciò è il sospetto verso l’altro, la paura del contatto/contagio, la distanza come valore vitale. Immaginare un’aula scolastica in cui tutti gli alunni indossino una mascherina e mantengano, nei limiti del possibile, una distanza di sicurezza non è tanto una situazione difficile da realizzare per motivi tecnici (cubatura delle aule, disponibilità delle mascherine, ecc.) quanto soprattutto uno scenario educativamente innaturale, addirittura diseducativo nel quadro di un progetto che voglia insegnare prossimità e apertura all’altro.
Ristrutturare la relazione educativa Torniamo allora a interrogarci sulla natura della scuola e proviamo a vedere se sia ancora possibile “fare scuola” con gli stessi criteri del passato. Sembra ormai superato lo schema rigido della vita scolastica scandita soprattutto da precisi ritmi temporali: i giorni, le ore, la campanella, le scadenze di vario genere… Gli insegnanti più intelligenti hanno capito che non si può ridurre la didattica a distanza alla classica routine spiegazione-compiti- verifica; soprattutto con i più piccoli bisogna tenere in vita la relazione personale, rassicurare, accompagnare, potendo contare nei casi migliori sui genitori (improvvisamente scoperti come alleati indispensabili per mandare avanti la didattica) e dovendo sostituirsi ad essi quando mancano, anche solo perché sono al lavoro (magari nella stanza accanto). Si è ristrutturato l’ambiente di apprendimento e deve quindi ristrutturarsi la relazione educativa, che però deve conservare la sua natura di vicinanza (nonostante la distanza) per costruire forme nuove di fiducia e di accompagnamento. È difficile pensare i primi giorni del prossimo anno scolastico, ma dovranno inevitabilmente esserci e dovranno essere giorni di “scuola”, facendo quindi comprendere – anzitutto agli insegnanti, ma anche ai genitori e agli alunni – che cosa sia davvero la scuola, cosa non possa essere eliminato. In questa prospettiva sembra un ostacolo supplementare voler percorrere la strada della soluzione unica su tutto il territorio nazionale. Le scuole non sono tutte uguali, come i territori di questo Paese non sono tutti uguali. Ci sono situazioni locali in cui ci si può e ci si deve assumere la responsabilità di riprendere una vita relativamente normale, riaprendo attività commerciali e ristabilendo contatti cauti ma concreti. Come gli adulti tornano a lavorare (o lo hanno sempre fatto) con qualche precauzione in più, altrettanto le scuole potranno riprendere a funzionare, non solo in modalità on line ma anche in presenza, valutando caso per caso la praticabilità del rientro in aula. I punti di forza della scuola cattolica nell’emergenza Da questo punto di vista le scuole cattoliche (non tutte ma sicuramente alcune) possono avere un punto di forza nelle loro ridotte dimensioni. Le preoccupazioni su cui ragiona il Ministero derivano dal modello di scuola statale, con una media di un migliaio di alunni che si accalcano in aule previste per contatti ravvicinati. Le scuole cattoliche hanno in genere dimensioni dieci volte inferiori e possono assicurare più facilmente, sotto la vigilanza del personale, il rispetto di quelle elementari condizioni di sicurezza che stiamo imparando ad adottare. Potrebbe essere questo un punto di forza delle scuole cattoliche in un momento in cui la criticità della situazione cancella addirittura prospettive di futuro. Bisogna inoltre puntare sulla creatività che le scuole cattoliche hanno sempre saputo dimostrare, per trovare soluzioni originali, turnazioni, gruppi di interesse o di livello, modalità almeno miste di lezione in presenza e a distanza, per tornare al più presto ad assicurare un servizio di cui non si comprende più bene l’essenzialità: se fosse essenziale non lo avremmo interrotto, ma se lo abbiamo dovuto interrompere vuol dire che se ne può anche fare a meno. Se ragioniamo solo in termini di assembramento, le scuole rischiano di fare la fine delle chiese e dei funerali, la cui non essenzialità è stata decretata immediatamente e potrebbe essere difficilmente recuperabile nel tempo. Queste, e molte altre, possono essere le considerazioni con cui cominciare a pensare al futuro dell’educazione. L’educazione ha bisogno di vicinanza, di contatto fisico, di comunità, perché senza questa dimensione sociale l’uomo che pensiamo di educare nelle scuole non è più quello di Aristotele, quindi potrebbe non essere più uomo.
(segnalazione web a cura del Prof. Giuseppe Serrone)
Favola: "Il paese con l'esse davanti" di Gianni Rodari. Idea: chiamiamo "Svirus" il coronavirus
Avviato dalla Dirigente Nicoletta Montecchi della Direzione Didattica 2° Circolo di Domodossola un canale di Youtube, come forma nuova di comunicazione a distanza con gli alunni e le famiglie #permantenereilegami.
All'interno del Canale i video delle insegnanti con la lettura/racconto di alcune favole di Gianni Rodari tratte da "Favole al Telefono".
Per le classi del mio insegnamento ho scelto "Il paese con l'esse davanti". Ho proposto alla fine agli alunni di aggingere un "s" a "virus" e cambiargli nome in "svirus" per vincere la paura: lo chiameremo "svirus" e sarà subito disfatto!
Di seguito il testo della favola di Gianni Rodari:
"Il paese con l'esse davanti"
Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, capitò nel paese con l'esse davanti.
- Ma che razza di paese è? - domandò a un cittadino che prendeva il fresco sotto un albero. Il cittadino, per tutta risposta, cavò di tasca un temperino e lo mostrò bene aperto sul palmo della mano. - Vede questo? - E un temperino. - Tutto sbagliato. Invece è uno «stemperino», cioè un temperino con l'esse davanti. Serve a far ricrescere le matite, quando sono consumate, ed è molto utile nelle scuole. - Magnifico, - disse Giovannino. - E poi? - Poi abbiamo lo «staccapanni». - Vorrà dire l'attaccapanni. - L’attaccapanni serve a ben poco, se non avete il cappotto da attaccarci. Col nostro «staccapanni» è tutto diverso. Lì non bisogna attaccarci niente, c'è già tutto attaccato. Se avete bisogno di un cappotto andate lì e lo staccate. Chi ha bisogno di una giacca, non deve mica andare a comprarla: passa dallo staccapanni e la stacca. C'è lo staccapanni d'estate e quello d'inverno, quello per uomo e quello per signora. Così si risparmiano tanti soldi. - Una vera bellezza. E poi? - Poi abbiamo la macchina «sfotografica», che invece di fare le fotografie fa le caricature, così si ride. Poi abbiamo lo «scannone». - Brr, che paura. - Tutt'altro. Lo «scannone» è il contrario del cannone, e serve per disfare la guerra. - E come funziona? - È facilissimo, può adoperarlo anche un bambino. Se c'è la guerra,
suoniamo la stromba, spariamo lo scannone e la guerra è subito disfatta. Che meraviglia il paese con l'esse davanti.
Dopo Filastrocche in cielo e in terra (1960), le Favole al telefono (1962) hanno costituito il secondo importante appuntamento di Rodari col grande pubblico infantile, sono entrate a pieno titolo nella scuola e nelle case dei bambini di tutto il mondo e hanno mostrato che la straordinaria capacità di invenzione dello scrittore poteva coniugarsi con l'osservazione della realtà contemporanea senza scadere mai nel moralismo e in una soffocante vocazione didattica; alcune «favole al telefono», d'altra parte, erano già state «collaudate» con successo sul «Corriere dei piccolissimi», inserto del «Corriere dei piccoli», e avevano portato alla ribalta personaggi destinati ad occupare ruoli da protagonisti nel ricchissimo universo rodariano, dalla minuscola Alice Cascherina a Giovannino Perdigiorno, imprevedibile viaggiatore in straordinari paesi. Anche l'invenzione della «cornice» è decisamente stimolante: il ragionier Bianchi, rappresentante di commercio degli anni Sessanta, che al telefono ogni sera raccontava alla sua bambina favole dagli esiti imprevedibili (magari oggi userebbe con altrettanta disinvoltura il «cellulare» o il fax), appartiene alla nostra vita quotidiana, può essere uno di noi ed è anche per questo che Favole al telefono sono un testo ormai classico, non conoscono il passare del tempo, conservano immutate le doti originali di eleganza, di ironia, di freschezza: i personaggi anticonformisti e gli eventi imprevisti, le dolcissime strade di cioccolato, i saporitissimi palazzi di gelato, i numeri paradossali e le domande assurde costituiscono i punti di forza di quella inesauribile capacità di invenzione che Gianni Rodari sapeva coniugare con la puntuale, seria e civile osservazione della realtà contemporanea (Einaudi Ragazzi).
All'interno del Canale i video delle insegnanti con la lettura/racconto di alcune favole di Gianni Rodari tratte da "Favole al Telefono".
Per le classi del mio insegnamento ho scelto "Il paese con l'esse davanti". Ho proposto alla fine agli alunni di aggingere un "s" a "virus" e cambiargli nome in "svirus" per vincere la paura: lo chiameremo "svirus" e sarà subito disfatto!
Di seguito il testo della favola di Gianni Rodari:
"Il paese con l'esse davanti"
Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, capitò nel paese con l'esse davanti.
- Ma che razza di paese è? - domandò a un cittadino che prendeva il fresco sotto un albero. Il cittadino, per tutta risposta, cavò di tasca un temperino e lo mostrò bene aperto sul palmo della mano. - Vede questo? - E un temperino. - Tutto sbagliato. Invece è uno «stemperino», cioè un temperino con l'esse davanti. Serve a far ricrescere le matite, quando sono consumate, ed è molto utile nelle scuole. - Magnifico, - disse Giovannino. - E poi? - Poi abbiamo lo «staccapanni». - Vorrà dire l'attaccapanni. - L’attaccapanni serve a ben poco, se non avete il cappotto da attaccarci. Col nostro «staccapanni» è tutto diverso. Lì non bisogna attaccarci niente, c'è già tutto attaccato. Se avete bisogno di un cappotto andate lì e lo staccate. Chi ha bisogno di una giacca, non deve mica andare a comprarla: passa dallo staccapanni e la stacca. C'è lo staccapanni d'estate e quello d'inverno, quello per uomo e quello per signora. Così si risparmiano tanti soldi. - Una vera bellezza. E poi? - Poi abbiamo la macchina «sfotografica», che invece di fare le fotografie fa le caricature, così si ride. Poi abbiamo lo «scannone». - Brr, che paura. - Tutt'altro. Lo «scannone» è il contrario del cannone, e serve per disfare la guerra. - E come funziona? - È facilissimo, può adoperarlo anche un bambino. Se c'è la guerra,
suoniamo la stromba, spariamo lo scannone e la guerra è subito disfatta. Che meraviglia il paese con l'esse davanti.
Dopo Filastrocche in cielo e in terra (1960), le Favole al telefono (1962) hanno costituito il secondo importante appuntamento di Rodari col grande pubblico infantile, sono entrate a pieno titolo nella scuola e nelle case dei bambini di tutto il mondo e hanno mostrato che la straordinaria capacità di invenzione dello scrittore poteva coniugarsi con l'osservazione della realtà contemporanea senza scadere mai nel moralismo e in una soffocante vocazione didattica; alcune «favole al telefono», d'altra parte, erano già state «collaudate» con successo sul «Corriere dei piccolissimi», inserto del «Corriere dei piccoli», e avevano portato alla ribalta personaggi destinati ad occupare ruoli da protagonisti nel ricchissimo universo rodariano, dalla minuscola Alice Cascherina a Giovannino Perdigiorno, imprevedibile viaggiatore in straordinari paesi. Anche l'invenzione della «cornice» è decisamente stimolante: il ragionier Bianchi, rappresentante di commercio degli anni Sessanta, che al telefono ogni sera raccontava alla sua bambina favole dagli esiti imprevedibili (magari oggi userebbe con altrettanta disinvoltura il «cellulare» o il fax), appartiene alla nostra vita quotidiana, può essere uno di noi ed è anche per questo che Favole al telefono sono un testo ormai classico, non conoscono il passare del tempo, conservano immutate le doti originali di eleganza, di ironia, di freschezza: i personaggi anticonformisti e gli eventi imprevisti, le dolcissime strade di cioccolato, i saporitissimi palazzi di gelato, i numeri paradossali e le domande assurde costituiscono i punti di forza di quella inesauribile capacità di invenzione che Gianni Rodari sapeva coniugare con la puntuale, seria e civile osservazione della realtà contemporanea (Einaudi Ragazzi).
“Non ho mai parlato così tanto col mio prof”: in tempo di coronavirus scuola della relazione. Lettera. (Aggiungerei anche tra noi insegnati!)
(pubblicato in Orizzonte Scuola - Inviato da Giuseppe Adernò)
– La scuola nei giorni del coronavirus è una chiusa, ma è “scuola diversa” che, oltre a riscoprirsi “Comunità educante”, proprio perché limitata nelle attività didattiche, appare sempre più viva e dinamica, importante e indispensabile per la formazione degli studenti.
La scuola, infatti, non è l’edificio o l’aula, ma sono le persone che
ne fanno parte ed insieme collaborano perché “l’alunno cresca, diventi
uomo, apra i suoi occhi al vero e scopra la dimensione dei valori“.– La scuola nei giorni del coronavirus è una chiusa, ma è “scuola diversa” che, oltre a riscoprirsi “Comunità educante”, proprio perché limitata nelle attività didattiche, appare sempre più viva e dinamica, importante e indispensabile per la formazione degli studenti.
Il ben noto professore e scrittore Alessandro D’Avenia ha ribadito ancora che “la scuola è il luogo delle relazioni tra le persone, insegnanti e studenti, e queste proseguono, seppure mediate dai dispositivi elettronici”.
Le lezioni non hanno la scansione oraria al suono della campanella, ma sono attive e dinamiche, sollecitando un contatto diretto ed uno scambio di pensieri, idee e progetti.
Registrare tra gli studenti la “nostalgia della scuola” è un segno di alta qualità e consente di apprezzare e riconoscere alla scuola la significativa valenza sociale di crescita e di sviluppo armonico e integrale della persona umana, dello studente che si prepara ad essere cittadino ed ha bisogno di una guida.
La principale lezione da ricordare è che la scuola è molto di più dei “programmi”, sia quelli didattici sia quelli informatici. Le tecnologie vengono in soccorso ma non cancellano il contatto diretto e il ruolo dell’insegnante, anzi lo richiedono ancora di più, per avere un ascolto, una parola di senso e di fiducia, una direzione da sperimentare.
L’espressione “Professoresse ci mancate”, scritta su WhatsApp dal ragazzo che è spesso impreparato e distratto, oppure “Non ho mai parlato così tanto col mio prof” sono indicative di una profonda e vera relazione educativa che unisce il docente ai suoi alunni. WhatsApp, e You Tube, ecco i nuovi luoghi virtuali dove si possono condividere anche video di propria creazione, favorendo il contatto e lo scambio d’idee e progetti, mantenendo vivo il contatto e la relazione educativa.
E’ compito del docente “non dare il già pensato, ma insegnare a pensare” e quindi facilitare l’assimilazione dei contenuti che quando diventano “apprendimento” promuovono la modifica dei comportamenti e quindi del modo di pensare, di sentire e di agire, segni di una reale crescita culturale e umana.
Sono degne di lode e di condivisione le iniziative che sono state attivate in alcune scuole, particolarmente attente e vicine ai bisogni dei ragazzi, come la classroom “Sportello d’ascolto a distanza”, avviata presso il Liceo classico “Mario Cutelli” di Catania, realizzando un ambiente virtuale in cui gli alunni potranno incontrare i docenti e gli psicoterapeuti anche al fine di imparare a vivere in maniera positiva questa esperienza e superare i timori che ne derivano.
La relazione educativa è certamente un atto intenzionale che impegna sia il docente sia lo studente a percorrere insieme quest’avventura e guardare avanti in direzione della luce che appare lontana alla fine del tunnel.
Non ci sono ore mattutine o pomeridiane, né giorni di vacanza, si registra
costantemente un generoso scambio tra chi da e chi riceve nella convergenza della ricerca del miglior bene dei ragazzi. Anche il Ministro Lucia Azzolina ha molto apprezzato la creatività dei docenti che continuano professionalmente una significativa azione culturale e sociale che coinvolge anche le famiglie e ed entrambi i genitori, senza delega o compiti differenti.
Quel che si sta mettendo in campo, attraverso la didattica digitale a distanza, anche andando oltre gli orari di lavoro e i vincoli burocratici, non è per intrattenere i ragazzi bloccati forzatamente in casa; non è solo un ripasso, o un tenerli in esercizio, ma è un accompagnarli e guidarli in questa nuova esperienza che, solo se vissuta intensamente e proficuamente, avrà dei benefici e non solo vani ricordi.
Si studia la “scienza della vita”, come affrontare le difficoltà, si scopre il valore dell’attesa e della speranza, si comprende che la salute è un bene prezioso da tutelare e proteggere, si apprezzano la professionalità e la dedizione del Personale sanitario, si scopre il valore della solidarietà, dell’unità nazionale e del ben comune.
I ricchi e artistici servizi didattici offerti dalla Rai Scuola2020, i preziosi
documentari di storia, arte, cultura, scienze e lingue non sono un semplice
passatempo, ma dovrebbero essere accompagnate da un esercizio di compilazione di schede di verifica e di autovalutazione, sintetizzando: “Ho capito che… Ho imparato che… Prima non sapevo, adesso conosco e so che …..”
La rivoluzione provocata dal Coronavirus modifica i tempi e i luoghi, ridisegna lo scorrere delle giornate tra le pareti domestiche, riavvicina un po’ le generazioni, e facendo sorgere una nuova voglia di cura reciproca.
Più che sentirsi nella stessa barca, ci si vuole riconoscere tutti dalla stessa parte e non sono sufficienti i flash mob che si esprimono con le canzoni o il revival dello spirito nazionale, esponendo bandiere e disegni con arcobaleni, dimenticando forse che c’è gente che muore in solitudine, priva del conforto dei propri cari e della rituale cerimonia di commiato.
Quella che uscirà dall’emergenza sanitaria sarà una scuola diversa che oltre a riscoprirsi una comunità stretta da legami essenziali, non potrà continuare ad essere vista come un apparato burocratico di regole e norme.
La scuola sta dimostrando di essere capace di generare anticorpi preziosi non meno di quelli che ci sono mancati davanti alla nuova epidemia, perché sono molti i virus che s’incontrano lungo il sentiero della vita e non bastano le istruzioni da seguire o il chiudersi in se stessi per farvi fronte, #iorestoacasa, non scambiarsi baci e abbracci”
Occorre rivedere gli stili di relazione, superando le barriere del sospetto e della diffidenza e della paura. Nel messaggio esortativo per essere un vero educatore, Gesualdo Nosengo ha scritto: “Se tu rallenti, essi si perderanno; se ti scoraggi, essi si fiaccheranno; se ti siedi, essi si coricheranno; se tu dubiti, essi si disperderanno; se tu vai innanzi, essi ti supereranno; se tu doni la tua mano, essi ti daranno la vita” ed ha fortemente raccomandato a non rallentare, non scoraggiarsi, non dubitare.
Il messaggio di speranza: #celafaremo, dà fiducia per un cammino insieme,
consapevoli che “senza cultura ci mancano le parole, senza scuola vien meno la relazione”, mentre è proprio questa che dovremmo ricostruire e tessere con nuovi fili e rinnovato entusiasmo.
fonte: >>> Orizzonte Scuola
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